La politica non dà risposte al disagio ora la situazione è diventata esplosiva

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«QUESTE tensioni non sono inattese. Ma se la risposta della politica ha solo questa connotazione repressiva, la situazione finisce fuori controllo. E prima o poi ci scappa il morto». L’allarme lo lancia Serena Vicari, docente di Sociologia dell’ambiente e del territorio alla Bicocca, e non ha mezzi termini.

Nella stagione dei conflitti, degli sgomberi e della crisi, ieri mattina sono entrati in scena studenti e sanpietrini, manganelli e lacrimogeni. Professoressa Vicari, che vuol dire?

«Che situazioni esplosive sono state lasciate senza risposta per tanto tempo, che non sono state fatte politiche per le fasce deboli. C’era da aspettarselo che i nodi venissero al pettine. Faccio un passo indietro, sulla questione della casa: esistono, è vero, tanti esperimenti interessanti su autocostruzione, co-housing sociale. Bene, ma questo riguarda gente che ha risorse. Gli sfrattati e gli immigrati, che non hanno accesso al mercato, non hanno risposte al disagio».

Ora gli universitari, e il ritorno degli scontri di piazza, già sperimentati a Roma coi lavoratori della Fiom.

«A me sorprende che questo governo prenda posizioni così dure. Sul lavoro l’ultima cosa di cui ci si doveva preoccupare era l’articolo 18. E mentre la gente si sente presa in giro, la classe politica legittima una risposta repressiva di questo tipo contro gli operai e gli sfrattati, autorizza la risposta più dura. Che non si sa dove porterà. Il governo soffia sulle proteste. Sono molto preoccupata, e non solo dall’esecutivo».

Da cos’altro?

«Da chi, a destra, aizza la popolazione contro le persone di colore o i rom nelle periferie. Da personaggi del calibro di Salvini che provocano nei campi».

Gli hanno sfondato il lunotto, però.

«Ha ottenuto quello che voleva, suscitare una protesta violenta e l’indignazione dei benpensanti. Ma penso anche al recente raid di Lega e Forza Nuova in un piccolo comune lombardo di lago, dove era stato avviato un progetto di integrazione e di accoglienza che stava dando risultati positivi. Sono arrivati militanti a fare un raid, si sono portati dietro dei pupazzi neri e li hanno affogati nel lago».

Gli episodi di xenofobia non sono, tristemente, una novità.

«Ma prima non avevano legittimazione. Queste tensioni, in un certo senso, gliele forniscono».

Il fronte, o meglio i fronti, della protesta appaiono un magma con poca coesione. Collettivi, operai a vario grado di militanza sindacale, comitati per la casa, anti-abusivi, studenti. C’è un denominatore comune?

«Il fronte è frammentato ma non credo sia fondamentale cercare elementi che uniscono le varie istanze sociali. Anche così il conflitto sociale continua a essere alimentato. Temo, appunto, una situazione senza controllo e il peggio».

Alla vigilia del 2015, e dell’evento internazionale che tutti conoscono, questi scontri che messaggio danno? Che non c’è spazio per le proteste nell’anno di Expo?

«Mi auguro che non sia così, ma se invece così fosse, sarebbe l’ennesima dimostrazione che questa classe politica non sta capendo niente di questi fermenti. Anzi, proprio Expo dovrebbe portare a posizioni, o a un atteggiamento diverso. La repressione è solo la premessa per scatenare una escalation. Cosa pensano, che bastino quattro bastonate e tutti tornano a stare zitti? Questo sarebbe veramente miope ».

E invece?

«E invece chi governa cominci a dare risposte. Ad ascoltare. Ad allentare la tensione. Fosse anche solamente per avere un’Expo tranquilla ».

(massimo pisa) © RIPRODUZIONE RISERVATA

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